11/05/2013

Per un movimento anticapitalista... diretta web

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04/05/2013

11 MAGGIO: BOLOGNA O ROMA. ALTERNATIVA VS ALTERNANZA

AMICI DEL CORVO

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11 MAGGIO: BOLOGNA O ROMA. ALTERNATIVA VS ALTERNANZA


di Patrizia Turchi e Franco Astengo


Come “Laboratorio politico per la Sinistra d’Alternativa” di Savona e “PERCHE’ LA SINISTRA” saremo presenti all’assemblea bolognese indetta per il prossimo sabato, 11 Maggio, dai proponenti il documento “Per un movimento politico anticapitalista e libertario”.
Giudichiamo questa iniziativa alternativa a quella prevista per lo stesso giorno, a Roma, indetta da SeL e rivolta a un’area interna/esterna al PD da raccogliersi attorno alla figura del nuovo “federatore” (com’è stato definito dal “Manifesto”) Stefano Rodotà, che dopo la candidatura a Presidente della Repubblica proposta dal Movimento 5 Stelle, proseguendo nel solco della personalizzazione della politica, pare mettersi alla testa di quanto (compresa ALBA) si pone sì contraria alla scelta di governo delle “larghe intese” ma rimanendo coerente ed interna al recinto del centro sinistra, e quindi in linea col principio di alternanza e non di alternatività.
Una scelta, la nostra, motivata da alcune ragioni di fondo: la prima delle quali risiede appunto nel “perimetro politico” all’interno del quale si muovono i promotori delle due iniziative.
E’ necessario, a nostro giudizio e proprio in questa fase, proporre una “opposizione di sistema” del tutto esterna all’idea di rinnovare una presenza “da sinistra” dello schieramento che si è raccolto attorno al PD nell’ultima tenzone elettorale e che si era proposto l’idea del governo di cambiamento. Una idea clamorosamente fallita nei fatti ma destinata comunque a fallire laddove le politiche europee fungono da cardine, sul piano della gestione della crisi capitalistica e finanziaria attraverso provvedimenti strutturali davvero e letteralmente a base di “lacrime e sangue”, a prescindere da chi le incarni.
La qualità della gestione capitalistica della crisi, sulla quale tante volte ci siamo già soffermati, impone l’espressione di una nuova soggettività politica (“servono nuovi partiti” scrive Ken Loach nella sua dichiarazione del Primo Maggio) fondata sui tre pilastri dell’autonomia di pensiero, dell’alternativa di società e dell’opposizione di sistema.
Tre pilastri sui quali dovrebbe poggiare anche la presentazione, a livello europeo in vista delle prossime consultazioni per il Parlamento di Strasburgo, di una forza politica “sovranazionale” che raccolga in tutti i paesi i soggetti della sinistra alternativa che si collocano “contro” l’Europa dei banchieri e “per” l’affermazione di una piena democrazia a livello continentale e il ribaltamento delle logiche di classe della gestione della crisi che stanno massacrando le masse popolari.
La nostra proposta riguarda, dunque, quella della formazione di un nuovo soggetto capace di superare in positivo le residue realtà esistenti svolgendo un compito di aggregazione e di radicamento sociale e costruendo una forza di impegno collettivo, collocata al di fuori dal meccanismo perverso della personalizzazione, fondata su di un progetto anticapitalista che ritrova nell’analisi marxiana il suo indispensabile riferimento teorico.
Nella situazione italiana ci troveremo, ancora, a dover fronteggiare una situazione d’emergenza per quello che riguarderà le riforme costituzionali che tenderanno, prima di tutto, a limitare i margini di agibilità democratica e a stravolgere il principio fondamentale della democrazia parlamentare così come disegnata dalla Costituzione Repubblicana.
E’ necessario dire ”no” a qualsiasi forma di presidenzialismo, combattendo con chiarezza quello già esistente nella forma della “Costituzione Materiale”, e portando avanti – sul terreno delicato della riforma della legge elettorale-l’idea di fondo del sistema proporzionale, in un’ottica di privilegio della rappresentanza politica (e questo principio vale anche e soprattutto per la democrazia sindacale) rispetto al concetto di governabilità.
Queste le ragioni, sia pure esposte del tutto schematicamente, per una presenza a Bologna.
Per contribuire a sviluppare un’iniziativa di costruzione di quel soggetto politico organizzato di cui è priva la sinistra in Italia, in una logica di forte capacità nella proposta di un’alternativa, di ricerca di un’identità dell’opposizione, di rinnovamento di una presenza che si ponga in assoluta controtendenza al sistema politico dato a cominciare dal rifiuto dei meccanismi perversi (governabilità, personalizzazione, autonomia assoluta del ceto politico) che hanno causato l'impossibilità per tanta parte dell'elettorato popolare di riconoscersi in una collocazione autentica di classe e quindi la disaffezione, l’incredulità, il disprezzo verso i rappresentanti del sistema politico italiano e la capacità di risposta della politica.

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CREMASCHI ESPULSO A FORZA dagli esecutivi CGIL-CISL-UIL il video

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18/04/2013

La 'grandiosa guerra' di Rosa Luxemburg e la nostra

AMICI DEL CORVO

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La 'grandiosa guerra' di Rosa Luxemburg e la nostra

di Franco Romanò

Da una lettera di Rosa Luxemburg a un breve saggio di Joseph Roth un libro piccolo e prezioso che ci parla del rapporto drammatico fra la specie umana e le altre: Rosa Luxemburg, Un po' di compassione, Adelphi


A Berlino, mi ritrovo a parlare di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci con un'amica. Le dico della mia idea di dedicarmi alle Lettere dal carcere del fondatore del PCI e non, come sempre, soltanto dei Quaderni e lei mi dice che anche Luxemburg ha scritto un epistolario di tutto rispetto. Lo sapevo, ma tuttora ho delle ide confuse sulla sua estensione; mi ricordavo, invece, di una lettera in particolare, assai intensa e che mi fece una grande impressione quando la lessi, anni fa. Ricordo alla mia amica l'argomento, commettendo però un'imprecisione che Corinne mi corregge subito. Il giorno dopo fa di meglio e mi porta un libretto di Adelphi di 65 pagine, minuto, ed è così che vengo in possesso di un prezioso cammeo, una vera gemma per cui bisogna essere grati all'amica che te lo fa conoscere maanche al curatore – Marco Rispoli – che ha avuto l'idea di assemblare in così poche pagine, scritti tanto brevi quanto densi (compresa la sua nota finale), che mettono chi legge di fronte a scritture tanto essenziali quanto assolute (gli imperdonabili di cui scrive Cristina Campo nei suoi saggi migliori). Non dirò nulla sul tema, o i temi che vengono toccati, perché qualunque definizione iniziale sarebbe più che riduttiva; spero di riuscire a farli emergere strada facendo.

Il titolo prima di tutto. Rosa Luxemburg: Un po' di compassione. A cura di Marco Rispoli, Adelphi, Milano 2007. Alla lettera seguono: l'introduzione di Kark Kraus alla missiva della rivoluzionaria polacca, che lo scrittore pubblicò sulla rivista Fackel, la lettera al direttore di una lettrice della rivista, cui Kraus risponde, un racconto di Kafka, il commento di Canetti al racconto di Kafka e uno scritto di Joseph Roth. A concludere, la nota di Rispoli.


La lettera di Rosa

Nel dicembre del 1917, Rosa Luxemburg scrive a Sonja Liebnecht (Sonicka), mentre si trova nel carcere di Breslavia da tre anni. Nella prima parte della lettera si occupa di questioni politiche e invita la sua interlocutrice e tutto l'entourage spartachista a non prestare ascolto alla stampa borghese in merito a ciò che avviene in Russia e ad avere fiducia. A tratti, il suo linguaggio si fa perentorio, come si conviene a una leader politica che intende orientare e prendersi le sue responsabilità.Nella seconda parte la lettera si fa più personale e intima: prima il ricordo di Karl Liebnecht, imprigionato anche lui, poi quello dell'ultimo Natale trascorso tutti insieme intorno a un grande abete, mentre quello che ha in carcere è così piccolo e modesto. L'accenno all'albero la porta al ricordo nostalgico delle escursioni nello Stiglitzer Park a Berlino e in mezzo ai suoi fiori e piante: ligustri, mirti e altri vegetali e arbusti che Luxemburg descrive in pochi tratti, tanto poetici quanto competenti. Dopo altri ricordi e un breve excursus di carattere letterario, la lettera vira improvvisamente e assume un tono solenne e drammatico:

“Aihmè Soniucka; qui ho provato un dolore molto intenso.”


Non può essere il carcere di per sé, cui lei è ormai avvezza, deve trattarsi qualcosa d'altro e di più decisivo, tanto decisivo che citerò il testo pressoché integralmente fino alla sua conclusione.

All'incipit solenne, segue una breve descrizione del contesto. Siamo nel cortile del carcere durante l'ora d'aria, quando le capita di assistere all'arrivo dei carri che portano masserizie varie. Recentemente i carretti, invece di essere tirati da cavalli o da buoi, lo sono anche da bufali.

“Di struttura più robusta e più grandi rispetto ai nostri buoi, hanno teste piatte e corna ricurve verso il basso, il cranio è più simile a quello delle nostre pecore… Vengono dalla Romania, sono trofei di guerra… I soldati che conducono il carro raccontano quanto sia stato difficile catturare questi animali bradi, e ancor più difficile farne bestie da soma, abituati com'erano alla libertà. Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché non valse anche per loro il detto vae victis... Qualche giorno fa arrivò dunque un carro pieno di sacchi accatastati a una tale altezza che i bufali non riuscivano a varcare la soglia della porta carraia. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, prese così a batterli con il grosso manico della frusta in modo così violento che la guardiana, indignata, lo investì, chiedendogli se non avesse un po' di compassione per gli animali. Neanche per noi uomini c'è compassione, rispose quello con un sorriso maligno e batté ancora più forte… Gli animali infine si mossero e superarono l'ostacolo, ma uno di loro sanguinava… Sonicka, la pelle del bufalo è famosa per esser dura e resistente, ma quella era lacerata. Durante le operazioni di scarico gli animali se ne stavano esausti, completamente in silenzio, e uno, quello che sanguinava, guardava davanti a sé e aveva nel viso nero, negli occhi scuri e mansueti, un'espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo. Era davvero l'espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa e perché… gli stavo davanti e l'animale mi guardava, mi scesero le lacrime – ma erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella dolorosa sofferenza. Quanto erano lontani, quanto erano irraggiungibili e perduti i verdi pascoli, liberi e rigogliosi, della Romania!... E qui, in questa città, ignota e abominevole, la stalla cupa, il fieno nauseante e muffito, frammisto di paglia putrida, gli uomini estranei e terribili… le percosse, il sangue che scorre giù dalla ferita aperta. Oh, mio povero bufalo, mio povero e amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi impotenti e torbidi, e siamo tutt'uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia. Intanto, i carcerati correvano operosi qui e là intorno al carro… ; il soldato invece ficcò le mani nelle tasche dei pantaloni, se ne andò in giro per il cortile ad ampie falcate, sorrise e fischiettò, fra sé una canzonaccia.

E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi.

Scrivetemi presto. Vi abbraccio Sonicka. La vostra Rosa.

Sonjusa, carissima, siate nonostante tutto calma e lieta. Così è la vita, e così bisogna prenderla, con coraggio, impavidi e sorridenti – nonostante tutto. Buon Natale!


Karl Kraus, in partenza per una serie di conferenze in Germania e Austria, lesse per caso la lettera sulla Arbeite Zeitung. Ne rimase così impressionato che decise di darne lettura durante tutto il ciclo dei suoi incontri. Tornato a Vienna, la pubblicò sulla Fackel nel luglio del 1920, con una sua breve introduzione nella quale si augura che lo scritto della rivoluzionaria polacca sia inserito in tutte le antologie per le scuole! Accade poi che una lettrice della rivista interviene con un testo di commento piuttosto acido, per non dire peggio, al quale Kraus risponde per le rime.

Molto probabilmente, la lettrice non è mai esistita, anche il curatore propende per tale ipotesi. Ci sono tre indizi che lo fanno pensare: prima di tutto Kraus scriveva la Fackel per intero, cambiando registri linguistici e altre volte era ricorso alle false lettere al direttore. Secondo indizio: la lettera in questione sarebbe stata inviata da una proprietaria terriera ungherese che fra l'altro, sostenendo di conoscere bene i bufali in quanto ne possiede alcuni, si permette di irridere i sentimenti della Luxemburg. Il tono vorrebbe essere sarcastico, ma la lettera rivela una tale angustia mentale da risultare in contrasto con il linguaggio usato e … arriviamo qui al terzo indizio. Sebbene scritta in uno stile più basso di quello sontuoso di Kraus, la lettera della finta lettrice lo è solo di un poco, quel tanto che dovrebbe bastare per depistare il lettore, facendogli credere che davvero si tratta della lettera di una possidente ungherese. La megera, come talvolta, la definisce, è Kraus stesso, ma a differenza di altre volte in cui l'escamotage finisce per essere uno sfoggio narcisistico di cui il nostro era ricco in quantità industriali, diventa in questo caso il trampolino necessario per un'appassionata e indignata requisitoria nei confronti del mondo che aveva decretato la morte di Luxemburg: un mondo fatto di poteri alti e bassi, di livore di classe e meschinità piccolo borghesi. La risposta di Kraus diviene così uno dei più forti scritti di denuncia nei confronti dei suoi assassini.

Era passato ormai un anno dal delitto, avvenuto nel 1919 (Kraus pubblica la lettera nel 1920) e mi sembra degno di nota che per commemorare la grande rivoluzionaria polacca egli scelga proprio questo testo, apparentemente laterale rispetto all'attività di una leader politica quale lei era, eppure così decisivo. Merito di Kraus, grande scrittore e grande antipatico, ma di certo dall'intuito fine. Per questo la sua testimonianza è altrettanto rilevante!

Nella sua requisitoria Kraus mette alla berlina la borghesia tedesca, l'ipocrisia del ricco borghese, riversa la bestialità sugli esseri umani, sceglie il punto di vista di Luxemburg, di identificarsi con l'altro da sé più lontano: il bufalo, definito il fratello più caro.

Rispoli, nella sua nota finale, ricorda come tutto il secolo diciannovesimo aveva visto imporsi un pensiero che, a partire da Shopenhauer, vedeva con occhi diversi l'animale:

“… l'uomo, affrancandosi dal principio di individuazione, non poteva che estendere anche agli animali, la propria compassione.” (pag 54).


Dopo il grande filosofo tedesco erano stati Dostojevski e Nietzsche (l'episodio in cui a Torino, abbraccia un cavallo definendolo fratello), a mettere al centro della riflessione etica anche il rapporto fra la specie umana le altre; infine, Rispoli cita le nuove correnti del pensiero ebraico che proponevano una diversa visione del mondo animale.

Tutto questo era certamente conosciuto anche da Luxemburg, che aveva cultura e interessi vastissimi, ma la grandezza del suo scritto sta nella sua immediatezza, nella presa diretta sulla realtà, nell'assenza di metafora e nella piena adesione a un processo di identificazione con l'altro da sé che provoca in lei una vera e propria metamorfosi, concentrata in poche righe densissime.

Prima lo sguardo: il volto del bufalo che diviene quello di un bambino che ha pianto a lungo è il primo passo. La sensibilità tutta femminile contenuta in questa immagine, è un breve transito verso il secondo passaggio. Non sono le sue lacrime ma quelle del bufalo che lei sente scorrerle addosso: l'identificazione è compiuta. Dopo avere idealmente abbracciato il più amato fratello, con la frase finale che conclude la lettera vera e propria e precede i saluti, lo sguardo di Luxemburg si estende ancora:

“E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi…”


Ho parlato di metamorfosi perché nel momento di concludere, Luxemburg stabilisce un parallelismo ardito e decisivo. Il bufalo non è la metafora di qualcosa d'altro, ma diventa, alla fine del processo di identificazione, l'individuo nel quale precipita e diventa leggibile la totalità della sofferenza, racchiusa in quella guerra, dove l'aggettivo grandioso che la definisce sta qui a indicare in modo amaro e dolente la sua riduzione da grande evento storico a manifestazione di violenza gratuita e insulsa.

La lettera, però, non è veramente finita e il post scriptum è una moderna catarsi. Forse timorosa di avere troppo angustiato la sua interlocutrice, Luxemburg ha un vero e proprio colpo d'ala: ritorna alla conciliazione con l'umano in un abbraccio finale che comprende tutto. Non ricordo un augurio di buon natale tanto potente e liberatorio, tanto lontano dalla ritualità da risultare appunto catartico.


Natura e cultura

Il racconto di Kafka s'intitola Una vecchia pagina e si trova nella raccolta Un medico condotto.

Il protagonista narratore è un calzolaio che osserva quanto avviene nella piazza antistante il palazzo imperiale. I nomadi, un'entità non meglio definita, l'hanno trasformata in una stalla. Essi non parlano, si esprimono a gesti. Il calzolaio viene derubato come altri nella piazza e osserva tutto quanto accade sgomento, ma del tutto impotente. Non si può dire che i nomadi usino violenza, semplicemente invadono e occupano lo spazio. L'imperatore che dovrebbe proteggere la città sembra, un giorno, comparire rapidamente a una finestra del palazzo, ma non si è certi neppure di ciò. Tutti gli artigiani della piazza sono in balia dei nomadi, finché un mattino, il macellaio, visto che la piazza è piena di animali, pensa bene di portarci anche il proprio bue. È a questo punto che il racconto ha una virata tragica. I nomadi si gettano sull'animale e gli strappano pezzi di carne con i denti. Nel silenzio assoluto del linguaggio umano i muggiti disperati del bue sono la sola voce che si ode. Alla fine, il calzolaio constata l'impossibilità da parte degli artigiani della piazza di salvare la città.

Il commento di Canetti al racconto si allarga alla Metamorfosi: il calzolaio, infatti, quando ode il muggito disperato dell'animale si getta a terra e cerca di strisciare per non sentirlo e di rimpicciolire più che può. Riprendendo un passaggio di una lettera a Felice, dove il grande praghese scrive dell'angoscia della posizione eretta, Canetti vede nell'identificazione con i piccoli animali, fino all'insetto più insignificante, il modo di difendersi sia dall'orrore sia dal potere, ma anche il modo di prendere le distanze da quella posizione di dominio sul mondo che è la tragedia dell'essere bipede: dominare senza potere fermare l'orrore.

“Bisogna sdraiarsi per terra fra gli animali per essere salvati” scrive Canetti (pag.39).


La metamorfosi in ciò che è più piccolo e dunque fino a una sorta di grado zero della vita, diviene anche un gesto di umiltà. Clarice Lispector, decenni dopo, nel romanzo La passione secondo Gh porterà fino alle estreme conseguenze l'identificazione, incorporando l'animale più vile, in una comunione reale e simbolica capace di oltrepassare tutte le barriere che separano l'umana dalle altre specie animali; e un'altra grande autrice, la poeta statunitense Marianne Moore, farà lo stesso, dando vita a un bestiario originalissimo.

Infine, Joseph Roth con Scene dal mattatoio di St. Marx. Lo scrittore descrive la moderna macellazione industriale come un meccanismo cui sono estranei il sacrifico, il senso arcaico di un gesto che si accompagnava a rituali di ordine religioso e di purificazione. Non più omaggio agli dei o al dio della tradizione ebraica e poi cristiana, la macellazione industriale appare, agli occhi delle scrittore viennese, come una tragedia asettica senza catarsi. Lo scrittore ne rammenta i momenti e i titoli dicono già quasi tutto, scandendo la sequenza come se si trattasse di una catena di montaggio taylorista: Verso la macellazione, i macelli in funzione, 233 celle frigorifere.

Le note di Rispoli, con le quali termina il libro, non sono improntate a una facile cultura animalista, tanto meno sono giudicanti, come nessuno dei testi che ha così felicemente assemblato. Proprio per ciò traspare da questo testo così minuto un respiro etico di grande portata. La lettera di Rosa Luxemburg è l'architrave che regge questo libro sapiente: una mini tragedia in tre brevissimi atti e un epilogo, nella quale precipita tutta la ricchezza umana e la vastità dello sguardo della rivoluzionaria polacca, capace di certo di abbracciare una realtà più ampia di quella porzione che si trova racchiusa nel semplice agire politico, di cui peraltro, fu maestra impareggiabile. In questo testo, l'intelligenza del cuore si colloca alla stessa altezza della sua lungimiranza politica: il pane e le rose e queste ultime mancarono spesso ai suoi compagni di partito in Germania e altrove. E chissà che anche questa non sia una delle cause di tanti disastri!

Tuttavia, questo piccolo libro parla a noi oggi, non è un semplice collage di testi letterari bellissimi.

Isabelle Stengers e Llya Prigogine scrissero anni fa un libro che per un periodo andò molto di moda: s'intitolava La Nuova alleanza. In esso, sottolineavano la necessità di ristabilire fra natura e cultura un nuovo patto, capace di superare l'attitudine predatoria che, dall'avvento della società industriale in poi, minacciava di distruggere l'habitat in cui viviamo e la natura organica: l'aria, la terra, l'acqua. Quando oggi parliamo di beni comuni, dobbiamo prendere atto al tempo stesso che quella alleanza non c'è stata e che la predazione è continuata, travolgendo i rapporti sociali, approfondendo la violenza dei rapporti fra i generi e anche con il mondo animale. Quando Vandana Shiva, in un suo recente scritto, sottolinea il nesso fra violenza sulla terra e violenza sulle donne, quando mette in evidenza tutta la follia presente nella creazione di semi che hanno in sé un principio mortale (il cosiddetto seme terminator), che obbliga i contadini indiani a rifornirsi ogni anno presso le multinazionali dei semi per continuare a produrre, il messaggio contenuto in queste pagine scritte all'inizio del secolo scorso arriva fino a noi, ma non come una eco bensì come un grido di allarme, un monito. Quando parliamo di reti di solidarietà, democrazia partecipata, prospettiva di genere stiamo parlando (forse non avendone sempre coscienza), proprio di questa nuova alleanza. Consumare meglio, ritrovare un equilibrio fra risorse territoriali e catena alimentare (tutta la problematica del chilometro zero, dei gas, della filiera corta) può essere il nostro modo di cominciare a imboccare una diversa strada, senza le illusioni troppo facili dell'ideologia vegetariana. Sappiamo ormai dalla scienza che anche una pianta tagliata emette un grido di dolore, ha delle sensazioni di morte come qualunque altro organismo vivente. La catena alimentare è crudele in sé, ma può essere governata in altro modo.

Fonte:

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Tre osservazioni al Manifesto di Fabrizio Barca

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Tre osservazioni al Manifesto di Fabrizio Barca

di Riccardo Achilli

Una sintesi del documento di Barca
 
Il documento “Un partito nuovo per un buon Governo”, presentato dal Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, rappresenta la sua dichiarazione di discesa definitiva nella politica. Il documento in questione è focalizzato principalmente sulla idea di rifondazione della politica e della pubblica amministrazione, che nel pensiero di Barca passa tramite una decisa e profonda riforma del ruolo e del funzionamento dei partiti politici. Rispetto al focus sulla riforma dei partiti, le questioni programmatiche più generali sono, per così dire, lasciate sullo sfondo, anche se sufficientemente articolate da lasciar intravedere con chiarezza un orientamento politico generale imperniato su posizioni socialiste liberaldemocratiche moderate, equidistanti sia dal pensiero liberista più radicale (da lui chiamato “minimalismo”), sia dal pensiero socialdemocratico più ortodosso. Una sorta di riproposizione, in versione più moderna, di suggestioni da “terza via”, nel rifiuto di seguire un modello laburista radicale, incolpato di sostanziale fallimento nel dare risposte ad una richiesta sempre più personalizzata di servizi pubblici, di promozione di una cultura dell’assistenzialismo nei cittadini e nelle imprese, di distorsione “da sussidi eccessivi” dei segnali e delle aspettative imprenditoriali in materia di investimento privato, di soffocamento di una crescente tendenza della società verso l’individualismo (il che, a mio avviso, è un bene e non un male, peraltro). Emergono quindi alcuni elementi centrali del pensiero di un socialismo liberale e moderato: l’attenzione all’efficace funzionamento dei mercati, assegnando al soggetto pubblico il ruolo di produrre quei beni pubblici di contesto utili per realizzare esternalità favorevoli alla competizione (P.A. efficiente, dotazione infrastrutturale migliorata, più efficienti strumenti di separazione fra proprietà e controllo, ecc.), una visione di un nuovo welfare basato più sull’apprendimento permanente e l’adattabilità che sulla mera assistenza (cioè sostanzialmente ciò che Blair chiamava “workfare”), il tentativo di trovare un nuovo punto di equilibrio fra austerità e crescita, che recupera anche suggestioni di politiche di spesa di tipo “stop and go”, ecc.
 
Però, come detto, le questioni di programma politico generale sono lasciate sullo sfondo, e il perno del documento è una nuova idea di partito come elemento focale di rilancio sia della politica che del funzionamento dello Stato. L’analisi parte dal fallimento della tradizionale forma di partito-massa e di partito-Stato, un modello sempre più incapace di collegare in forma efficace i vertici del partito con le istanze ed i fabbisogni espressi dalla società, con peraltro la conseguenza di una degenerazione antidemocratica, leaderistica e oligarchico/tecnocratica, e sempre più commisto con le istituzioni statuali e la macchina amministrativa pubblica, in un connubio giudicato da Barca intrinsecamente patologico (arriva a parlare di “fratellanza siamese” e “catoblepismo” nel definire il rapporto sempre più coessenziale fra partiti, Stato e pubblica amministrazione) e peraltro progressivamente degenerante, producendo occupazione partitica di istituzioni ed enti pubblici, corruzione, consociativismo e voto di scambio.
 
La soluzione proposta da Barca rifugge da qualsiasi suggestione “”grillina” di eliminazione del ruolo dei partiti politici, per sostituirli con una politica orizzontale basata sulla Rete. In forma condivisibile, Barca vede in una politica basata sulla Rete una potenzialità enorme di mobilitazione e condivisione, ma anche un pericolo di appiattimento, banalizzazione ed eccessiva semplificazione della complessità dei temi, che può essere affrontata solo con il “confronto acceso ed aperto sui territori”, per usare la terminologia del documento. Solo i partiti possono quindi, se opportunamente rilanciati e riformati, ridare linfa alla politica democratica e sanare i vizi tradizionali della vita pubblica ed amministrativa del nostro Paese. E fondamentalmente, l’idea di riforma dei partiti che ha in mente Barca ruota attorno a due perni:
  1. Un profondo processo di riscoperta della democrazia interna, ovvero l’adozione sistematica del metodo dello sperimentalismo democratico: muovendo da alcuni “convincimenti generali” peraltro estremamente generici, perché coincidenti di fatto con i principi generali della prima parte della nostra Costituzione, tale metodo promuove ed anima, su base territoriale, un ampio processo di coinvolgimento dal basso dei cittadini, stimolando una larga e partecipata discussione/confronto, mobilitando conoscenze individuali necessariamente parziali e frazionate, al fine di amalgamarle e sintetizzarle in proposte politiche, grazie all’azione di coordinamento, moderazione e gestione del confronto messa in campo dai funzionari professionali del partito. I funzionari di partito, quindi, finiscono per assumere un ruolo di facilitatori/gestori/moderatori del dibattito pubblico, abbandonando il ruolo tradizionale di catena di trasmissione nella linea di comando gerarchica del partito-massa novecentesco. Ai vertici del partito non resta altro che recepire le decisioni politiche nate dal confronto democratico e partecipato dal basso, trasmetterle, sotto forma di stimolo e di proposta politica, ai rappresentanti delle istituzioni, ed esercitare un’azione di controllo all’interno dell’organizzazione partitica, per eliminare sacche di resistenza al metodo dello sperimentalismo democratico, o forme di cooptazione di quadri e dirigenti non svolte con metodo democratico e trasparente. Tale metodo è in fondo radicato nei principi di fondo delle tecniche di ricerca sociale di tipo qualitativo e partecipato, che ovviamente Barca, con il suo passato professionale di valutatore, conosce molto bene, ed il cui paradigma è che la conoscenza, da cui deriva la capacità decisionale, non è un fattore radicato ex-ante in alcuni individui particolarmente “formati”, o in ristrette élites intellettuali o tecnocratiche, ma è un bene che si produce ex-post dal confronto, che produce sintesi, fra più individui portatori ciascuno di conoscenze parziali, limitate o frammentarie. E rappresenta una fondamentale “apertura di credito” verso la capacità “politica” intrinseca in ognuno di noi, se collocato in un contesto stimolante il confronto ed il dibattito (idea a ben vedere, oltre che molto libertaria, anche molto “protagorica”, nella misura in cui il filosofo greco Protagora riteneva che ogni uomo fosse dotato naturalmente di “politiké techne”, ovvero di “rispetto”, cioè di capacità di riconoscere il proprio interlocutore, di senso di giustizia di base e di autonomia decisionale, cioè di una soggettività propria);

  2. Un distacco radicale del partito dalle istituzioni dello Stato e dalla macchina amministrativa pubblica, spezzando quel “legame siamese” nefasto a giudizio di Barca. Tale distacco deve avvenire sia sul versante finanziario, riducendo il finanziamento pubblico ai partiti e modificandone i meccanismi, da non associare più meccanicamente al numero di voti conseguiti, e affidandosi sempre più ai contributi volontari degli iscritti, sia sul versante del personale, distinguendo i ruoli fra il personale del partito, che ha un ruolo di stimolo della mobilitazione cognitiva dal basso e di sollecitazione agli organi istituzionali sulle soluzioni prodotte da tale mobilitazione, di controllo dell’attuazione dei provvedimenti sul territorio e di fornitura di strumenti per la loro valutazione ed interpretazione da parte dei cittadini, e personale eletto negli organi istituzionali e insediato nelle funzioni chiave della macchina amministrativa pubblica, che ha il compito di operare nell’interesse generale, e non in quello di parte del singolo movimento politico, rifuggendo da meccanismi consociativi, di scambio o di cooptazione di personale partitocratico in ruoli tecnico/amministrativi.


 

Tre osservazioni
Evidentemente, ed al netto delle posizioni politiche e programmatiche generali che emergono sullo sfondo del documento, personalmente condivido quasi tutto ciò che Barca propone sulla riforma dei partiti. Che la forma-partito sia tutt’altro che superata, e che anzi rimanga al centro dei processi collettivi di partecipazione democratica e di formazione e selezione delle classi dirigenti, che tali partiti debbano però abbandonare approcci leaderistici, personalistici, oligarchici e tecnocratici, ed aprirsi ad un ampio confronto democratico dal basso, che i partiti debbano mollare la presa sulla macchina amministrativa pubblica, che va riportata a principi di selezione meritocratica di riempimento delle sue piante organiche e di neutralità e stretta aderenza a criteri di efficienza ed efficacia tecnico/finanziaria e alla normativa nel suo operare, estendendo e generalizzando i processi di valutazione dell’efficacia e dell’impatto dei programmi pubblici, sono principi fondamentali assolutamente e pienamente condivisibili. Che Fabrizio Barca abbia deciso di aprire il dibattito sul tema della riforma della politica e della pubblica amministrazione con una proposta articolata e rigorosa, superando gli approcci demagogici, livorosi o basati sulla furia del “cupio dissolvi” che si sentono circolare, è un elemento di grande rilevanza per lo stesso futuro democratico del Paese, cui occorre essere grati all’economista torinese. E ritengo che la sua decisione di entrare nel PD non potrà che apportare grandi benefici culturali al dibattito interno, invero piuttosto incartato, di quel partito.
Rimangono però tre elementi di fondo sui quali, personalmente, mi sento di avanzare perplessità rispetto all’approccio di Barca, e che offro non certo come critiche al suo documento, riconoscendo di non avere gli strumenti per costruire una critica vera e propria, ma come spunti di ulteriore riflessione, eventualmente per meglio articolare ed arricchire il ragionamento barchiano. Questi tre elementi si riconducono, in estrema sintesi, ad una critica “platonica” all’approccio “protagorico” su cui Barca fonda il suo ragionamento sull’estensione della democrazia dal basso nei partiti. Come è noto, Platone contestava a Protagora l’implicita accettazione di una sostanziale uguaglianza di partenza fra gli esseri umani, tutti quanti dotati del dono naturale di una “tecnica politica” intrinseca. Per Platone, invece, gli uomini non erano affatto uguali fra loro, ma anzi possedevano qualità e “vocazioni professionali” differenziate, a seconda di quale componente della loro anima prevalesse in loro: quella logico/razionale, dominante in chi è chiamato a svolgere ruoli direttivi nella politica e nell’amministrazione, quella irascibile/volitiva, tipica della classe dei guerrieri, quella concupiscibile, tipica dei commercianti, degli artigiani e degli imprenditori.
La fiducia nella capacità di elaborazione di una linea politica complessiva in grado di governare una realtà sociale ed economica complessa tramite meccanismi di partecipazione democratica dal basso implica una concezione non platonica della libertà individuale. Però la libertà, quando non è strettamente connessa con la responsabilità, degrada a mera “licenziosità”, e genera sottoprodotti molto pericolosi per la collettività, poiché rappresenta la base sia per derive demagogiche, che per soluzioni autoritarie volte a “riportare ordine”. Anche la libertà di dibattere e confrontarsi su temi di rilevanza politica va associata alla responsabilità di filtrare il confronto, per evitare soluzioni complessive inefficienti (in termini di interesse collettivo) o addirittura dannose. Ad esempio, non è libertà responsabile, ma pericolosa licenziosità, organizzare elezioni telematiche per far scegliere dal basso nominativi per Presidenti della Repubblica, che nel corretto funzionamento di una democrazia parlamentare devono essere esclusivo appannaggio della mediazione delle Camere. Perché introduce nel modo più pericolo, cioè in un modo surrettizio e non trasparente, elementi di cambiamento radicale nel nostro sistema costituzionale e politico, che dovrebbero invece essere sottoposti ad una discussione pubblica e trasparente.
Ciò significa che il libero dibattito democratico dal basso deve trovare, ad un certo punto, un “filtro”, che non sia di tipo censorio, e che rielabori le proposte dal basso, in una forma che sia, al contempo, rispettosa dello spirito originario della proposta stessa, ma anche di considerazioni sulla preservazione degli equilibri di fondo, non modificabili a meno di pericolose derive, dell’assetto sistemico, nonché dell’identità politica fondamentale del partito, che non può ricondursi alla genericità eccessiva dei “convincimenti generali” evocati nel documento di Barca. Il tema è delicatissimo: se il filtro è troppo chiuso, si traduce in censura, e riconduce dritti dritti ad un partito tradizionale, oligarchico e verticistico che “detta la linea” alle masse. Se il filtro è troppo aperto, conduce al supermarket della politica, in cui ciascuna pericolosa deriva diviene giustificata perché “benedetta” dal popolo sovrano. Affinché vi sia un filtro, non basta il funzionario di partito ricondotto al ruolo di moderatore di un focus group o di coordinatore di una interazione di gruppo, come sembra emergere dalla proposta di Barca. Perché, come ben sa Barca, per avere utilizzato tali tecniche nella sua professione di ricercatore sociale e valutatore, il confronto di gruppo è viziato da effetti distorsivi, come ad esempio effetti di gerarchia interni al gruppo, effetti di emulazione/prevaricazione, asimmetrie informative e cognitive fra i componenti del gruppo, mai del tutto eliminabili anche dal più abile moderatore/gestore del confronto. E quindi un confronto libero, che non abbia un momento di sintesi superiore, realizzato cioè al di sopra ed al di fuori del gruppo, in realtà spesso finisce per fallire nel suo obiettivo di realizzazione di soluzioni ampiamente condivise, facendo emergere posizioni settarie/lobbistiche, imposte da chi, conoscendo bene le dinamiche di confronto di gruppo, o godendo di vantaggi cognitivi, riesce meglio ad orientarle. E non è nemmeno sufficiente, come prevede il documento di Barca, affiancare al flusso informativo che dal basso va verso l’alto il flusso inverso che dall’alto procede verso il basso, portando l’informazione sulle soluzioni politiche e normative elaborate a livello governativo. Perché tale flusso finisce per ritrovarsi in una posizione di subordinazione rispetto ad un flusso “benedetto” dal consenso della base, oppure semplicemente, nel dibattito che si svolge alla base, viene trascurato e/o negato.
Il punto fondamentale risiede dunque nel comprendere in cosa risieda questo filtro, che consente di tutelare lo spirito dei risultati del confronto democratico, adattandoli ad una soluzione efficiente ed utile in termini di interesse collettivo. Questo filtro, ed in ciò risiede il mio secondo, e forse più importante dubbio sul documento di Barca, deve necessariamente risiedere in una base ideologica identitaria condivisa, relativamente stabile e dettagliata, sulla quale deve poggiare la stessa ragion d’essere del partito, se vuole essere un partito “vero”, e non liquido o informatico. Non basta l’accettazione di “convincimenti generali” che, nel documento di Barca, spaziano da generici richiami alla democrazia, all’uguaglianza dei diritti/doveri civili, al ripudio della guerra, alla tutela del patrimonio ambientale, storico ed artistico, per finire con i soliti beni pubblici e con la solita eliminazione delle diseguaglianze territoriali di sviluppo. Per il semplice motivo che una simile piattaforma di “convincimenti generali” potrebbe essere condivisa, senza colpo ferire, da almeno sette degli otto/nove movimenti politici presenti attualmente in Parlamento. E quindi non definisce una piattaforma ideologica identitaria, originale, dentro la quale possano riconoscersi spezzoni specifici della società. L’idea sociale di fondo dalla quale parte Barca, ed in fondo parte lo stesso PD, è quella di una società interclassista, dove non convivano più interessi di classe strutturalmente contrapposti fra loro, ma solo specifiche rivendicazioni su temi ben delimitati, rispetto alle quali sia possibile costruire una composizione complessiva, che realizzi un compromesso sociale di tipo win-win.
Tuttavia, se è vero che la lotta di classe tradizionale è per larghi aspetti superata dalla progressiva convergenza fra proletariato cognitivo emergente del “general intellect” e strati proletarizzati della piccola borghesia urbana, dal frazionamento dell’unitarietà del capitale in almeno due capitali, segnati spesso da relazioni antagonistiche fra loro (il capitale produttivo e quello finanziario) e dall’emergere di un fondamentale interesse comune fra lavoro e capitale produttivo nel preservare condizioni di competitività e crescita tali da invertire il processo di distruzione contemporanea di lavoro e capitale produttivo che l’attuale crisi di origine finanziaria sta realizzando, è anche vero che non è possibile autoraffigurarsi una società in cui il conflitto sociale è così tenue da poter essere risolto dal confronto governato fra i portatori di tale interesse. Al contrario, emergono nuovi, radicali conflitti sociali, del tutto inediti rispetto a vent’anni fa, ad esempio all’interno del lavoro, fra segmento stabile e garantito e segmento precarizzato. Senza parlare del confronto generazionale, certamente in larga misura artificiosamente creato, ma comunque percepito, fra chi ha avuto accesso a diritti in precedenza ritenuti universalistici, e chi vede la possibilità di accedere a tali diritti (non solo la pensione, ma anche un lavoro stabile e retribuito decentemente) sfumare ogni giorno di più.
E simili conflitti non si possono risolvere dal basso, promuovendo un confronto fra i portatori di queste contraddizioni, per il semplice motivo che ineriscono ad aspetti strutturali generali di funzionamento del capitalismo, che non possono essere visti nella loro interezza “dal basso”, ma solo con una visione “dall’alto”, in grado di tenere conto di tutte le implicazioni, che peraltro non ineriscono certo al solo funzionamento dei meccanismi capitalistici su base locale (ad es. al funzionamento del mercato del lavoro del singolo territorio) percepiti dagli stakeholders che si confrontano su scala territoriale, come vorrebbe Barca. Tali conflitti hanno infatti riflessi, cause e ricadute a livello dell’intero funzionamento globale dell’economia mondiale. Riflessi e cause rispetto ai quali i prodotti dei confronti fra cittadini organizzati a livello territoriale impallidiscono, e nel migliore dei casi si risolvono in sperimentazioni locali dall’efficacia limitata, non sempre, peraltro, trasferibili come “best practice” a contesti diversi.
Tutto ciò significa che il “nuovo” partito non può basarsi su generici convincimenti generali, o su linee politiche continuamente cangianti in base ai risultati dell’elaborazione della partecipazione dal basso, ma che deve avere una piattaforma ideologica relativamente stabile, entro certi limiti non negoziabile, che certo sia sufficientemente generale da consentire alla democrazia dal basso di avere gli adeguati margini di libertà per formulare proposte e soluzioni, ma al contempo sufficientemente dettagliata da evitare utopie di compromesso sociale generale che conducano ad illusori stati di ottimo paretiano. Una piattaforma che indichi cioè, per usare la terminologia dell’economia del benessere, la via per raggiungere uno stato sociale di “second best”, nel quale, pur trovando una soluzione generale con elementi di positività potenzialmente a favore di tutti i soggetti, privilegi le ricadute sociali positive a beneficio di alcuni rispetto a quelle attribuibili agli altri. Altrimenti, il rischio è quello dell’indeterminatezza, del calderone in cui tutti i gatti sono grigi. Perché se un partito di sinistra come quello immaginato da Barca utilizza il metodo della partecipazione democratica dal basso non solo per determinare soluzioni o per proporre problematiche, ma anche per determinare la linea politica strategica, la “piattaforma ideologica” (mi si perdonerà se continuo ad utilizzare questo termine così “vintage” come l’ideologia, ma io sono affezionato alle cose vecchie, vado in giro con un’auto vecchia di vent’anni) allora i risultati finali non saranno molto diversi, paradossalmente, da quelli ottenibili da un partito di destra, avente anch’esso una base popolare sulla quale applicare gli stessi metodi di partecipazione dal basso. Alla fine, se il PD e la Fiamma Tricolore andranno a costruire la loro piattaforma strategica e la loro stessa identità politica di fondo andando ad interrogare la stessa base sociale di cittadini, finiranno per rassomigliare fra loro in modo inquietante….Peccato però che la democrazia viva di diversità, non di omogeneizzazione che, anzi, apre la strada alla massificazione, e quest’ultima apre la strada a dittature terribili.
Veniamo poi alla terza osservazione Siamo sicuri che la separazione chirurgica fra partito e Stato, al di là ovviamente dell’eliminazione di fenomeni patologici come la corruzione, il voto di scambio, il consociativismo o l’occupazione partitocratica di cariche amministrative, sia la soluzione definitiva per ristabilire uno Stato efficiente e giusto? Direi, in prima approssimazione, che la subordinazione per certi versi servile della macchina amministrativa pubblica italiana ad interessi partitocratici spesso opachi e spesso illegittimi, o comunque socialmente inefficienti, è il frutto di processi storici complessi, che risalgono allo stesso modo in cui si è formato il nostro Stato unitario, e che quindi sono ben più generali e radicati rispetto al solo tema della commistione fra partiti e macchina dello Stato. L’amministrazione pubblica italiana nasce in una condizione di subordinazione funzionale e organizzativa già dallo Statuto albertino, che assegna al Re il potere di nominare ed entro certi limiti revocare Ministri, magistrati e alti dirigenti pubblici, ed il potere di sanzionare nel merito i disegni di legge. Tra l’altro, l’avversione delle popolazioni degli Stati pre-unitari poi conquistati dai sabaudi nei confronti di una macchina statuale percepita come espressione di un padrone esterno piuttosto severo (percezione molto forte soprattutto fra le popolazioni meridionali del precedente Regno delle Due Sicilie) genera un atteggiamento, tutto italiano, di disprezzo della cosa pubblica, vista come una mucca da mungere per i benefici che può erogare o per i posti di lavoro che può garantire, e come un nemico da cui fuggire quando invece richiede il compimento dei diritti civici anche elementari. La subordinazione della P.A. diviene poi totale con il fascismo, che, per le sue caratteristiche autoritarie, riduce la macchina pubblica a mero strumento passivo nelle mani del regime, normalizzandola anche rispetto al requisito della fedeltà politica dei funzionari. Con la nascita della Repubblica, l’intero apparato burocratico fascista, con esattamente le stesse persone che sotto il fascismo avevano servito in una amministrazione pubblica prona alla politica ed abituata al criterio della preminenza della fedeltà politica sul merito professionale, transita dentro la nuova P.A. post-bellica, portandosi dietro tutti i vizi, le debolezze e le cattive abitudini createsi in precedenza.
Il problema del cattivo funzionamento e della subordinazione in forme perverse1alla politica della nostra pubblica amministrazione è dunque per molti versi strutturale, complesso, non certo legato soltanto al malfunzionamento dei partiti. Infatti, la forma di partito-Stato che Barca lamenta, attribuendole la causa principale del deterioramento dell’efficienza ed anche della moralità pubblica, in realtà non è peculiare alla sola Italia, poiché è stata tipica di tutti i capitalismi europei nella fase socialdemocratica e keynesiana della seconda metà del Novecento. Tuttavia, negli altri capitalismi, questa forma, peraltro ancora persistente in larga misura (basti pensare alle procedure di nomina politica al vertice di imprese ed enti pubblici operate ancora oggi in un Paese come la Francia) non ha dato vita a degenerazioni ampie e strutturali come quelle che si sono create in Italia. Proprio perché negli altri Paesi esiste una cultura amministrativa e della cosa pubblica molto più avanzata di quella italiana, che paga lo scotto delle forme non proprio virtuose con le quali si è costruito lo Stato unitario.
Il rilancio dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione amministrativa e della moralità dello Stato, quindi, non è una questione risolvibile semplicemente mediante l’espulsione dei partiti dalla cosa pubblica, per quanto sia indiscutibilmente vero che i partiti hanno colpe enormi nella situazione di degrado in cui si versa attualmente. Non è una questione risolvibile con normative rigide sull’accesso al pubblico impiego o alle posizioni apicali della P.A., o mediante normative sul conflitto di interesse. Il sistema pubblico italiano è forse il più normato del mondo. Eppure è fra i più inefficienti e corrotti. La riduzione, o addirittura l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, non c’entra assolutamente niente con il rilancio dello Stato e della P.A. Una riduzione o una abrogazione di tale finanziamento non fa altro che favorire la conquista dei partiti da parte di lobby private economicamente potenti, che poi, una volta conquistato il controllo dei partiti, non fanno altro che piegare il funzionamento delle istituzioni e della P.A. ai loro interessi di parte, senza alcun rispetto per quello generale. Tra l’altro, anche storicamente, il livello di corruzione e di occupazione partitocratica della cosa pubblica in Italia era elevatissimo anche prima dell’approvazione della legge-Piccoli che istituì l’attuale meccanismo di finanziamento pubblico dei partiti.
Il problema, sul versante del finanziamento pubblico dei partiti, ma anche su quello del corretto ed efficiente funzionamento della macchina pubblica, a mio parere non risiede in suggestioni di “epurazione” dei partiti dalla cosa pubblica. Risiede in un termine anglosassone: l’accountability. Ovvero la trasparenza, il rendere conto. Che non si risolve con una legge che impone ai Presidenti di Regione ed ai Sindaci di redigere il bilancio di fine mandato. Che si risolve invece con l’utilizzo sistematico e continuo e la messa a disposizione delle comunità di indagini di customer satisfaction nell’erogazione di servizi pubblici e di analisi valutative sull’impatto di provvedimenti di spesa, le cui attività siano svolte da valutatori effettivamente indipendenti e terzi, le cui raccomandazioni per il miglioramento siano effettivamente implementate e non rimangano sulla carta. Che si risolve con l’obbligo, per gli amministratori, locali e nazionali, di venire sistematicamente a rendere conto del proprio operato in assemblee di cittadini e portatori di interesse. Che si risolve con l’elaborazione di sistemi standardizzati di indicatori di realizzazione, risultato ed impatto che misurino l’efficienza quantomeno delle attività routinarie ed altamente standardizzabili della P.A. che si risolve istituendo un sistema realmente funzionante di premio/sanzione per i dirigenti cui vanno assegnati obiettivi gestionali misurabili, tramite un sistema di valutazione che non può essere gestito dalla singola amministrazione, ma da un’autorità esterna e realmente indipendente. Che, sul versante del finanziamento pubblico dei partiti, si risolve con un sistema di controllo e rendicontazione dei bilanci dei partiti efficace e gestito da soggetti terzi, preferibilmente magistrati contabili, che possa rendere conto in modo trasparente e comprensibile ai cittadini dell’uso dei soldi pubblici assegnati, e che dia la possibilità di sanzionare utilizzi impropri.
Tutto il resto, ivi compresa la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti e la loro espulsione dalla cosa pubblica, è solo un modo di inseguire il grillismo, che a quanto pare sta anche iniziando a segnalare i primi sintomi di indebolimento e declino, perché gli italiani iniziano a rendersi conto del vuoto che sta dietro simili posizioni.

Conclusioni
Il manifesto di Barca non solo è ampiamente condivisibile in molti dei suoi punti fondamentali, ma rappresenta finalmente anche una boccata d’aria nel teatrino di una politica che sembra incapace di autoriformarsi, di fronte alla caduta di fiducia, molto pericolosa perché foriera di catastrofi democratiche, da parte del Paese. I tre dubbi che sollevo, al netto delle posizioni politiche generali che il documento di Barca pone sullo sfondo, riguardano:
  1. la necessità di trovare un punto di equilibrio fra democrazia interna e capacità di sintesi strategica nei partiti (anche ricorrendo, sul modello di Paesi come l’Uruguay, a veri e propri obblighi costituzionalmente sanciti di garantire processi di democrazia interna nelle nomine e nelle scelte di linea politica dei partiti);
  2. la necessità di aggregare i partiti attorno a piattaforme ideologico/identitarie sufficientemente stabili e precise, evitando di ricorrere a “convincimenti generali” eccessivamente generici, e quindi accettabili sia per partiti di sinistra che per partiti di destra, e quindi incapaci di rappresentare, agli occhi dell’opinione pubblica, quale blocco di interessi sociali il partito si propone prioritariamente di tutelare (lo stesso termine “partito” indica che si rappresentano interessi di parte, diversamente, se non esiste una identità programmatica ed ideologica stabile, originale e chiara, si cade nel pericolo del partito-liquido, che lo stesso documento di Barca afferma di voler evitare);
  3. una rivisitazione analitica più ampia della crisi del nostro Stato e del nostro apparato pubblico, che inquadri la problematica nelle sue dimensioni storiche e culturali, e non attribuisca semplicisticamente (ed oserei dire “grillianamente”) tutta la colpa ai partiti (che ovviamente però di colpe ne hanno moltissime) e che veda nel criterio dell’accountability e della valutazione la vera soluzione, evitando passaggi semplificatori e demagogici, come quelli legati ad epurazioni dei partiti che aprirebbero la strada a ben altre degenerazioni.
Questi elementi non vanno letti come critiche al documento, che non ho né gli strumenti né la voglia di fare, ma come contributi ad un suo approfondimento ed arricchimento, nella convinzione che il Manifesto di Barca rappresenti una ottima base di partenza per una riflessione su un tema strategico per il nostro futuro di Paese.

1 Ovviamente esiste una subordinazione fisiologica della P.A. alla politica, nella misura in cui la prima è chiamata ad attuare sotto forma amministrativa le direttive della seconda, ma conservando una elevata competenza tecnico/professionale, derivante dall’assenza di meccanismi partitocratici e non meritocratici di costruzione della sua pianta organica, ed una autonoma capacità di “incardinare” le direttive politiche entro un quadro normativamente corretto e tecnicamente e finanziariamente fattibile ed efficiente.
Fonte:http://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/2721-riccardo-achilli-tre-osservazioni-al-manifesto-di-fabrizio-barca.html

00:17 Scritto da corvo710 (Webmaster) | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

15 aprile 1980: muore Jean Paul Sartre

AMICI DEL CORVO

15 aprile 1980: muore Jean Paul Sartre

(15 Aprile 2013)

Il 15 aprile del 1980 si spegne a Parigi all'età di 75 anni il filosofo francese Jean-Paul Sartre.
jpsartre

Fu senza dubbio una fra gli intellettuali più attivi e vivaci del secondo dopoguerra in Europa. Sul piano del pensiero la sua opera maggiore resta "L'essere e il nulla", pubblicato nel 1943, pietra miliare dell'esistenzalismo, in cui Sartre, partendo dall'"ontologia della coscienza intesa come essere nel mondo" , giunge a trattare concetti quali la libertà: "Io sono condannato a esistere per sempre aldilà della mia essenza, aldilà dei moventi e dei motivi del mio atto: io sono condannato a essere libero. Ciò significa che non si possono trovare alla mia libertà altri limiti che la libertà stessa; o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi".

Non fu solo filosofo, ma anche romanziere, saggista, drammaturgo.
Insieme a Simone de Beauvoir, Maurice Merlau-Ponty e altri fondò nel 1944 la rivista politica, letteraria e filosofica Les Temps Modernes, che fu il veicolo attraverso il quale le sue idee si diffusero in tutta la Francia.

Sul piano politico, Sartre si distinse per il suo attivismo e impegno in diverse cause e battaglie.

Durante la guerra venne catturato dai tedeschi, e una volta liberato, partecipò alla resistenza. Iscritto al Partito comunista francese, lo abbandona nel 1956 all'indomani dell'invasione sovietica dell'Ungheria. Fu strenuo sostenitore della causa del popolo algerino, arrivando a pubblicare nel 1961 il Manifesto dei 121, che proclamava il diritto all'insubordinazione per i francesi mobilitati nella guerra d'Algeria. Inoltre, aderì apertamente all'Organizzazione Jeanson, l'organizzazione clandestina che sosteneva il FLN algerino. Nel 1968 partecipò attivamente alle mobilitazioni del maggio parigino, schierandosi senza indugi dalla parte degli studenti (a differenza di quanto accadde in Germania con Adorno). Negli anni settanta, già malato, si lega al gruppo maoista della Gauche Proletarienne, e ancora nel 1973 fonda insieme a Serge July il quotidiano Liberation. Una sua conversazione con Pierre Victor e Philippe Gavi viene pubblicata nel 1975 da Einaudi con il titolo "Ribellarsi è giusto".

Nella vita, privata e pubblica, il suo anticonformismo non fu di facciata, tanto che forse sarebbe meglio definirlo "non conformismo" rispetto ai valori della società borghese. Disdegnava le occasionimondane e i salotti colti, preferendovi i tavoli dei caffè di Saint-Germaine. Nel 1945 rifiutò la Legion d'onore, e più avanti la cattedra al Collège de France.

Fu anche il primo scrittore a rifiutare il premio Nobel per la letteratura, che gli venne conferito nel 1964.

Infoaut

Fonte:

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o38336:e1

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