11/05/2013
Per un movimento anticapitalista... diretta web
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04/05/2013
11 MAGGIO: BOLOGNA O ROMA. ALTERNATIVA VS ALTERNANZA
AMICI DEL CORVO
11 MAGGIO: BOLOGNA O ROMA. ALTERNATIVA VS ALTERNANZA
di Patrizia Turchi e Franco Astengo
Come “Laboratorio politico per la Sinistra d’Alternativa” di Savona e “PERCHE’ LA SINISTRA” saremo presenti all’assemblea bolognese indetta per il prossimo sabato, 11 Maggio, dai proponenti il documento “Per un movimento politico anticapitalista e libertario”.
Giudichiamo questa iniziativa alternativa a quella prevista per lo stesso giorno, a Roma, indetta da SeL e rivolta a un’area interna/esterna al PD da raccogliersi attorno alla figura del nuovo “federatore” (com’è stato definito dal “Manifesto”) Stefano Rodotà, che dopo la candidatura a Presidente della Repubblica proposta dal Movimento 5 Stelle, proseguendo nel solco della personalizzazione della politica, pare mettersi alla testa di quanto (compresa ALBA) si pone sì contraria alla scelta di governo delle “larghe intese” ma rimanendo coerente ed interna al recinto del centro sinistra, e quindi in linea col principio di alternanza e non di alternatività.
Una scelta, la nostra, motivata da alcune ragioni di fondo: la prima delle quali risiede appunto nel “perimetro politico” all’interno del quale si muovono i promotori delle due iniziative.
E’ necessario, a nostro giudizio e proprio in questa fase, proporre una “opposizione di sistema” del tutto esterna all’idea di rinnovare una presenza “da sinistra” dello schieramento che si è raccolto attorno al PD nell’ultima tenzone elettorale e che si era proposto l’idea del governo di cambiamento. Una idea clamorosamente fallita nei fatti ma destinata comunque a fallire laddove le politiche europee fungono da cardine, sul piano della gestione della crisi capitalistica e finanziaria attraverso provvedimenti strutturali davvero e letteralmente a base di “lacrime e sangue”, a prescindere da chi le incarni.
La qualità della gestione capitalistica della crisi, sulla quale tante volte ci siamo già soffermati, impone l’espressione di una nuova soggettività politica (“servono nuovi partiti” scrive Ken Loach nella sua dichiarazione del Primo Maggio) fondata sui tre pilastri dell’autonomia di pensiero, dell’alternativa di società e dell’opposizione di sistema.
Tre pilastri sui quali dovrebbe poggiare anche la presentazione, a livello europeo in vista delle prossime consultazioni per il Parlamento di Strasburgo, di una forza politica “sovranazionale” che raccolga in tutti i paesi i soggetti della sinistra alternativa che si collocano “contro” l’Europa dei banchieri e “per” l’affermazione di una piena democrazia a livello continentale e il ribaltamento delle logiche di classe della gestione della crisi che stanno massacrando le masse popolari.
La nostra proposta riguarda, dunque, quella della formazione di un nuovo soggetto capace di superare in positivo le residue realtà esistenti svolgendo un compito di aggregazione e di radicamento sociale e costruendo una forza di impegno collettivo, collocata al di fuori dal meccanismo perverso della personalizzazione, fondata su di un progetto anticapitalista che ritrova nell’analisi marxiana il suo indispensabile riferimento teorico.
Nella situazione italiana ci troveremo, ancora, a dover fronteggiare una situazione d’emergenza per quello che riguarderà le riforme costituzionali che tenderanno, prima di tutto, a limitare i margini di agibilità democratica e a stravolgere il principio fondamentale della democrazia parlamentare così come disegnata dalla Costituzione Repubblicana.
E’ necessario dire ”no” a qualsiasi forma di presidenzialismo, combattendo con chiarezza quello già esistente nella forma della “Costituzione Materiale”, e portando avanti – sul terreno delicato della riforma della legge elettorale-l’idea di fondo del sistema proporzionale, in un’ottica di privilegio della rappresentanza politica (e questo principio vale anche e soprattutto per la democrazia sindacale) rispetto al concetto di governabilità.
Queste le ragioni, sia pure esposte del tutto schematicamente, per una presenza a Bologna.
Per contribuire a sviluppare un’iniziativa di costruzione di quel soggetto politico organizzato di cui è priva la sinistra in Italia, in una logica di forte capacità nella proposta di un’alternativa, di ricerca di un’identità dell’opposizione, di rinnovamento di una presenza che si ponga in assoluta controtendenza al sistema politico dato a cominciare dal rifiuto dei meccanismi perversi (governabilità, personalizzazione, autonomia assoluta del ceto politico) che hanno causato l'impossibilità per tanta parte dell'elettorato popolare di riconoscersi in una collocazione autentica di classe e quindi la disaffezione, l’incredulità, il disprezzo verso i rappresentanti del sistema politico italiano e la capacità di risposta della politica.
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CREMASCHI ESPULSO A FORZA dagli esecutivi CGIL-CISL-UIL il video
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18/04/2013
La 'grandiosa guerra' di Rosa Luxemburg e la nostra
AMICI DEL CORVO
La 'grandiosa guerra' di Rosa Luxemburg e la nostra
di Franco Romanò
A Berlino, mi ritrovo a parlare di Rosa Luxemburg e di Antonio Gramsci con un'amica. Le dico della mia idea di dedicarmi alle Lettere dal carcere del fondatore del PCI e non, come sempre, soltanto dei Quaderni e lei mi dice che anche Luxemburg ha scritto un epistolario di tutto rispetto. Lo sapevo, ma tuttora ho delle ide confuse sulla sua estensione; mi ricordavo, invece, di una lettera in particolare, assai intensa e che mi fece una grande impressione quando la lessi, anni fa. Ricordo alla mia amica l'argomento, commettendo però un'imprecisione che Corinne mi corregge subito. Il giorno dopo fa di meglio e mi porta un libretto di Adelphi di 65 pagine, minuto, ed è così che vengo in possesso di un prezioso cammeo, una vera gemma per cui bisogna essere grati all'amica che te lo fa conoscere maanche al curatore – Marco Rispoli – che ha avuto l'idea di assemblare in così poche pagine, scritti tanto brevi quanto densi (compresa la sua nota finale), che mettono chi legge di fronte a scritture tanto essenziali quanto assolute (gli imperdonabili di cui scrive Cristina Campo nei suoi saggi migliori). Non dirò nulla sul tema, o i temi che vengono toccati, perché qualunque definizione iniziale sarebbe più che riduttiva; spero di riuscire a farli emergere strada facendo.
Il titolo prima di tutto. Rosa Luxemburg: Un po' di compassione. A cura di Marco Rispoli, Adelphi, Milano 2007. Alla lettera seguono: l'introduzione di Kark Kraus alla missiva della rivoluzionaria polacca, che lo scrittore pubblicò sulla rivista Fackel, la lettera al direttore di una lettrice della rivista, cui Kraus risponde, un racconto di Kafka, il commento di Canetti al racconto di Kafka e uno scritto di Joseph Roth. A concludere, la nota di Rispoli.
La lettera di Rosa
Nel dicembre del 1917, Rosa Luxemburg scrive a Sonja Liebnecht (Sonicka), mentre si trova nel carcere di Breslavia da tre anni. Nella prima parte della lettera si occupa di questioni politiche e invita la sua interlocutrice e tutto l'entourage spartachista a non prestare ascolto alla stampa borghese in merito a ciò che avviene in Russia e ad avere fiducia. A tratti, il suo linguaggio si fa perentorio, come si conviene a una leader politica che intende orientare e prendersi le sue responsabilità.Nella seconda parte la lettera si fa più personale e intima: prima il ricordo di Karl Liebnecht, imprigionato anche lui, poi quello dell'ultimo Natale trascorso tutti insieme intorno a un grande abete, mentre quello che ha in carcere è così piccolo e modesto. L'accenno all'albero la porta al ricordo nostalgico delle escursioni nello Stiglitzer Park a Berlino e in mezzo ai suoi fiori e piante: ligustri, mirti e altri vegetali e arbusti che Luxemburg descrive in pochi tratti, tanto poetici quanto competenti. Dopo altri ricordi e un breve excursus di carattere letterario, la lettera vira improvvisamente e assume un tono solenne e drammatico:
Non può essere il carcere di per sé, cui lei è ormai avvezza, deve trattarsi qualcosa d'altro e di più decisivo, tanto decisivo che citerò il testo pressoché integralmente fino alla sua conclusione.
All'incipit solenne, segue una breve descrizione del contesto. Siamo nel cortile del carcere durante l'ora d'aria, quando le capita di assistere all'arrivo dei carri che portano masserizie varie. Recentemente i carretti, invece di essere tirati da cavalli o da buoi, lo sono anche da bufali.
E tutta questa grandiosa guerra mi passò davanti agli occhi.
Scrivetemi presto. Vi abbraccio Sonicka. La vostra Rosa.
Sonjusa, carissima, siate nonostante tutto calma e lieta. Così è la vita, e così bisogna prenderla, con coraggio, impavidi e sorridenti – nonostante tutto. Buon Natale!
Karl Kraus, in partenza per una serie di conferenze in Germania e Austria, lesse per caso la lettera sulla Arbeite Zeitung. Ne rimase così impressionato che decise di darne lettura durante tutto il ciclo dei suoi incontri. Tornato a Vienna, la pubblicò sulla Fackel nel luglio del 1920, con una sua breve introduzione nella quale si augura che lo scritto della rivoluzionaria polacca sia inserito in tutte le antologie per le scuole! Accade poi che una lettrice della rivista interviene con un testo di commento piuttosto acido, per non dire peggio, al quale Kraus risponde per le rime.
Molto probabilmente, la lettrice non è mai esistita, anche il curatore propende per tale ipotesi. Ci sono tre indizi che lo fanno pensare: prima di tutto Kraus scriveva la Fackel per intero, cambiando registri linguistici e altre volte era ricorso alle false lettere al direttore. Secondo indizio: la lettera in questione sarebbe stata inviata da una proprietaria terriera ungherese che fra l'altro, sostenendo di conoscere bene i bufali in quanto ne possiede alcuni, si permette di irridere i sentimenti della Luxemburg. Il tono vorrebbe essere sarcastico, ma la lettera rivela una tale angustia mentale da risultare in contrasto con il linguaggio usato e … arriviamo qui al terzo indizio. Sebbene scritta in uno stile più basso di quello sontuoso di Kraus, la lettera della finta lettrice lo è solo di un poco, quel tanto che dovrebbe bastare per depistare il lettore, facendogli credere che davvero si tratta della lettera di una possidente ungherese. La megera, come talvolta, la definisce, è Kraus stesso, ma a differenza di altre volte in cui l'escamotage finisce per essere uno sfoggio narcisistico di cui il nostro era ricco in quantità industriali, diventa in questo caso il trampolino necessario per un'appassionata e indignata requisitoria nei confronti del mondo che aveva decretato la morte di Luxemburg: un mondo fatto di poteri alti e bassi, di livore di classe e meschinità piccolo borghesi. La risposta di Kraus diviene così uno dei più forti scritti di denuncia nei confronti dei suoi assassini.
Era passato ormai un anno dal delitto, avvenuto nel 1919 (Kraus pubblica la lettera nel 1920) e mi sembra degno di nota che per commemorare la grande rivoluzionaria polacca egli scelga proprio questo testo, apparentemente laterale rispetto all'attività di una leader politica quale lei era, eppure così decisivo. Merito di Kraus, grande scrittore e grande antipatico, ma di certo dall'intuito fine. Per questo la sua testimonianza è altrettanto rilevante!
Nella sua requisitoria Kraus mette alla berlina la borghesia tedesca, l'ipocrisia del ricco borghese, riversa la bestialità sugli esseri umani, sceglie il punto di vista di Luxemburg, di identificarsi con l'altro da sé più lontano: il bufalo, definito il fratello più caro.
Rispoli, nella sua nota finale, ricorda come tutto il secolo diciannovesimo aveva visto imporsi un pensiero che, a partire da Shopenhauer, vedeva con occhi diversi l'animale:
Dopo il grande filosofo tedesco erano stati Dostojevski e Nietzsche (l'episodio in cui a Torino, abbraccia un cavallo definendolo fratello), a mettere al centro della riflessione etica anche il rapporto fra la specie umana le altre; infine, Rispoli cita le nuove correnti del pensiero ebraico che proponevano una diversa visione del mondo animale.
Tutto questo era certamente conosciuto anche da Luxemburg, che aveva cultura e interessi vastissimi, ma la grandezza del suo scritto sta nella sua immediatezza, nella presa diretta sulla realtà, nell'assenza di metafora e nella piena adesione a un processo di identificazione con l'altro da sé che provoca in lei una vera e propria metamorfosi, concentrata in poche righe densissime.
Prima lo sguardo: il volto del bufalo che diviene quello di un bambino che ha pianto a lungo è il primo passo. La sensibilità tutta femminile contenuta in questa immagine, è un breve transito verso il secondo passaggio. Non sono le sue lacrime ma quelle del bufalo che lei sente scorrerle addosso: l'identificazione è compiuta. Dopo avere idealmente abbracciato il più amato fratello, con la frase finale che conclude la lettera vera e propria e precede i saluti, lo sguardo di Luxemburg si estende ancora:
Ho parlato di metamorfosi perché nel momento di concludere, Luxemburg stabilisce un parallelismo ardito e decisivo. Il bufalo non è la metafora di qualcosa d'altro, ma diventa, alla fine del processo di identificazione, l'individuo nel quale precipita e diventa leggibile la totalità della sofferenza, racchiusa in quella guerra, dove l'aggettivo grandioso che la definisce sta qui a indicare in modo amaro e dolente la sua riduzione da grande evento storico a manifestazione di violenza gratuita e insulsa.
La lettera, però, non è veramente finita e il post scriptum è una moderna catarsi. Forse timorosa di avere troppo angustiato la sua interlocutrice, Luxemburg ha un vero e proprio colpo d'ala: ritorna alla conciliazione con l'umano in un abbraccio finale che comprende tutto. Non ricordo un augurio di buon natale tanto potente e liberatorio, tanto lontano dalla ritualità da risultare appunto catartico.
Natura e cultura
Il racconto di Kafka s'intitola Una vecchia pagina e si trova nella raccolta Un medico condotto.
Il protagonista narratore è un calzolaio che osserva quanto avviene nella piazza antistante il palazzo imperiale. I nomadi, un'entità non meglio definita, l'hanno trasformata in una stalla. Essi non parlano, si esprimono a gesti. Il calzolaio viene derubato come altri nella piazza e osserva tutto quanto accade sgomento, ma del tutto impotente. Non si può dire che i nomadi usino violenza, semplicemente invadono e occupano lo spazio. L'imperatore che dovrebbe proteggere la città sembra, un giorno, comparire rapidamente a una finestra del palazzo, ma non si è certi neppure di ciò. Tutti gli artigiani della piazza sono in balia dei nomadi, finché un mattino, il macellaio, visto che la piazza è piena di animali, pensa bene di portarci anche il proprio bue. È a questo punto che il racconto ha una virata tragica. I nomadi si gettano sull'animale e gli strappano pezzi di carne con i denti. Nel silenzio assoluto del linguaggio umano i muggiti disperati del bue sono la sola voce che si ode. Alla fine, il calzolaio constata l'impossibilità da parte degli artigiani della piazza di salvare la città.
Il commento di Canetti al racconto si allarga alla Metamorfosi: il calzolaio, infatti, quando ode il muggito disperato dell'animale si getta a terra e cerca di strisciare per non sentirlo e di rimpicciolire più che può. Riprendendo un passaggio di una lettera a Felice, dove il grande praghese scrive dell'angoscia della posizione eretta, Canetti vede nell'identificazione con i piccoli animali, fino all'insetto più insignificante, il modo di difendersi sia dall'orrore sia dal potere, ma anche il modo di prendere le distanze da quella posizione di dominio sul mondo che è la tragedia dell'essere bipede: dominare senza potere fermare l'orrore.
La metamorfosi in ciò che è più piccolo e dunque fino a una sorta di grado zero della vita, diviene anche un gesto di umiltà. Clarice Lispector, decenni dopo, nel romanzo La passione secondo Gh porterà fino alle estreme conseguenze l'identificazione, incorporando l'animale più vile, in una comunione reale e simbolica capace di oltrepassare tutte le barriere che separano l'umana dalle altre specie animali; e un'altra grande autrice, la poeta statunitense Marianne Moore, farà lo stesso, dando vita a un bestiario originalissimo.
Infine, Joseph Roth con Scene dal mattatoio di St. Marx. Lo scrittore descrive la moderna macellazione industriale come un meccanismo cui sono estranei il sacrifico, il senso arcaico di un gesto che si accompagnava a rituali di ordine religioso e di purificazione. Non più omaggio agli dei o al dio della tradizione ebraica e poi cristiana, la macellazione industriale appare, agli occhi delle scrittore viennese, come una tragedia asettica senza catarsi. Lo scrittore ne rammenta i momenti e i titoli dicono già quasi tutto, scandendo la sequenza come se si trattasse di una catena di montaggio taylorista: Verso la macellazione, i macelli in funzione, 233 celle frigorifere.
Le note di Rispoli, con le quali termina il libro, non sono improntate a una facile cultura animalista, tanto meno sono giudicanti, come nessuno dei testi che ha così felicemente assemblato. Proprio per ciò traspare da questo testo così minuto un respiro etico di grande portata. La lettera di Rosa Luxemburg è l'architrave che regge questo libro sapiente: una mini tragedia in tre brevissimi atti e un epilogo, nella quale precipita tutta la ricchezza umana e la vastità dello sguardo della rivoluzionaria polacca, capace di certo di abbracciare una realtà più ampia di quella porzione che si trova racchiusa nel semplice agire politico, di cui peraltro, fu maestra impareggiabile. In questo testo, l'intelligenza del cuore si colloca alla stessa altezza della sua lungimiranza politica: il pane e le rose e queste ultime mancarono spesso ai suoi compagni di partito in Germania e altrove. E chissà che anche questa non sia una delle cause di tanti disastri!
Tuttavia, questo piccolo libro parla a noi oggi, non è un semplice collage di testi letterari bellissimi.
Isabelle Stengers e Llya Prigogine scrissero anni fa un libro che per un periodo andò molto di moda: s'intitolava La Nuova alleanza. In esso, sottolineavano la necessità di ristabilire fra natura e cultura un nuovo patto, capace di superare l'attitudine predatoria che, dall'avvento della società industriale in poi, minacciava di distruggere l'habitat in cui viviamo e la natura organica: l'aria, la terra, l'acqua. Quando oggi parliamo di beni comuni, dobbiamo prendere atto al tempo stesso che quella alleanza non c'è stata e che la predazione è continuata, travolgendo i rapporti sociali, approfondendo la violenza dei rapporti fra i generi e anche con il mondo animale. Quando Vandana Shiva, in un suo recente scritto, sottolinea il nesso fra violenza sulla terra e violenza sulle donne, quando mette in evidenza tutta la follia presente nella creazione di semi che hanno in sé un principio mortale (il cosiddetto seme terminator), che obbliga i contadini indiani a rifornirsi ogni anno presso le multinazionali dei semi per continuare a produrre, il messaggio contenuto in queste pagine scritte all'inizio del secolo scorso arriva fino a noi, ma non come una eco bensì come un grido di allarme, un monito. Quando parliamo di reti di solidarietà, democrazia partecipata, prospettiva di genere stiamo parlando (forse non avendone sempre coscienza), proprio di questa nuova alleanza. Consumare meglio, ritrovare un equilibrio fra risorse territoriali e catena alimentare (tutta la problematica del chilometro zero, dei gas, della filiera corta) può essere il nostro modo di cominciare a imboccare una diversa strada, senza le illusioni troppo facili dell'ideologia vegetariana. Sappiamo ormai dalla scienza che anche una pianta tagliata emette un grido di dolore, ha delle sensazioni di morte come qualunque altro organismo vivente. La catena alimentare è crudele in sé, ma può essere governata in altro modo.
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Tre osservazioni al Manifesto di Fabrizio Barca
AMICI DEL CORVO
Tre osservazioni al Manifesto di Fabrizio Barca
di Riccardo Achilli
Una sintesi del documento di Barca- Un profondo processo di riscoperta della democrazia interna, ovvero l’adozione sistematica del metodo dello sperimentalismo democratico: muovendo da alcuni “convincimenti generali” peraltro estremamente generici, perché coincidenti di fatto con i principi generali della prima parte della nostra Costituzione, tale metodo promuove ed anima, su base territoriale, un ampio processo di coinvolgimento dal basso dei cittadini, stimolando una larga e partecipata discussione/confronto, mobilitando conoscenze individuali necessariamente parziali e frazionate, al fine di amalgamarle e sintetizzarle in proposte politiche, grazie all’azione di coordinamento, moderazione e gestione del confronto messa in campo dai funzionari professionali del partito. I funzionari di partito, quindi, finiscono per assumere un ruolo di facilitatori/gestori/moderatori del dibattito pubblico, abbandonando il ruolo tradizionale di catena di trasmissione nella linea di comando gerarchica del partito-massa novecentesco. Ai vertici del partito non resta altro che recepire le decisioni politiche nate dal confronto democratico e partecipato dal basso, trasmetterle, sotto forma di stimolo e di proposta politica, ai rappresentanti delle istituzioni, ed esercitare un’azione di controllo all’interno dell’organizzazione partitica, per eliminare sacche di resistenza al metodo dello sperimentalismo democratico, o forme di cooptazione di quadri e dirigenti non svolte con metodo democratico e trasparente. Tale metodo è in fondo radicato nei principi di fondo delle tecniche di ricerca sociale di tipo qualitativo e partecipato, che ovviamente Barca, con il suo passato professionale di valutatore, conosce molto bene, ed il cui paradigma è che la conoscenza, da cui deriva la capacità decisionale, non è un fattore radicato ex-ante in alcuni individui particolarmente “formati”, o in ristrette élites intellettuali o tecnocratiche, ma è un bene che si produce ex-post dal confronto, che produce sintesi, fra più individui portatori ciascuno di conoscenze parziali, limitate o frammentarie. E rappresenta una fondamentale “apertura di credito” verso la capacità “politica” intrinseca in ognuno di noi, se collocato in un contesto stimolante il confronto ed il dibattito (idea a ben vedere, oltre che molto libertaria, anche molto “protagorica”, nella misura in cui il filosofo greco Protagora riteneva che ogni uomo fosse dotato naturalmente di “politiké techne”, ovvero di “rispetto”, cioè di capacità di riconoscere il proprio interlocutore, di senso di giustizia di base e di autonomia decisionale, cioè di una soggettività propria);
- Un distacco radicale del partito dalle istituzioni dello Stato e dalla macchina amministrativa pubblica, spezzando quel “legame siamese” nefasto a giudizio di Barca. Tale distacco deve avvenire sia sul versante finanziario, riducendo il finanziamento pubblico ai partiti e modificandone i meccanismi, da non associare più meccanicamente al numero di voti conseguiti, e affidandosi sempre più ai contributi volontari degli iscritti, sia sul versante del personale, distinguendo i ruoli fra il personale del partito, che ha un ruolo di stimolo della mobilitazione cognitiva dal basso e di sollecitazione agli organi istituzionali sulle soluzioni prodotte da tale mobilitazione, di controllo dell’attuazione dei provvedimenti sul territorio e di fornitura di strumenti per la loro valutazione ed interpretazione da parte dei cittadini, e personale eletto negli organi istituzionali e insediato nelle funzioni chiave della macchina amministrativa pubblica, che ha il compito di operare nell’interesse generale, e non in quello di parte del singolo movimento politico, rifuggendo da meccanismi consociativi, di scambio o di cooptazione di personale partitocratico in ruoli tecnico/amministrativi.
Conclusioni
-
la necessità di trovare un punto di equilibrio fra democrazia interna e capacità di sintesi strategica nei partiti (anche ricorrendo, sul modello di Paesi come l’Uruguay, a veri e propri obblighi costituzionalmente sanciti di garantire processi di democrazia interna nelle nomine e nelle scelte di linea politica dei partiti);
-
la necessità di aggregare i partiti attorno a piattaforme ideologico/identitarie sufficientemente stabili e precise, evitando di ricorrere a “convincimenti generali” eccessivamente generici, e quindi accettabili sia per partiti di sinistra che per partiti di destra, e quindi incapaci di rappresentare, agli occhi dell’opinione pubblica, quale blocco di interessi sociali il partito si propone prioritariamente di tutelare (lo stesso termine “partito” indica che si rappresentano interessi di parte, diversamente, se non esiste una identità programmatica ed ideologica stabile, originale e chiara, si cade nel pericolo del partito-liquido, che lo stesso documento di Barca afferma di voler evitare);
-
una rivisitazione analitica più ampia della crisi del nostro Stato e del nostro apparato pubblico, che inquadri la problematica nelle sue dimensioni storiche e culturali, e non attribuisca semplicisticamente (ed oserei dire “grillianamente”) tutta la colpa ai partiti (che ovviamente però di colpe ne hanno moltissime) e che veda nel criterio dell’accountability e della valutazione la vera soluzione, evitando passaggi semplificatori e demagogici, come quelli legati ad epurazioni dei partiti che aprirebbero la strada a ben altre degenerazioni.

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15 aprile 1980: muore Jean Paul Sartre
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15 aprile 1980: muore Jean Paul Sartre
(15 Aprile 2013)
Il 15 aprile del 1980 si spegne a Parigi all'età di 75 anni il filosofo francese Jean-Paul Sartre.
Fu senza dubbio una fra gli intellettuali più attivi e vivaci del secondo dopoguerra in Europa. Sul piano del pensiero la sua opera maggiore resta "L'essere e il nulla", pubblicato nel 1943, pietra miliare dell'esistenzalismo, in cui Sartre, partendo dall'"ontologia della coscienza intesa come essere nel mondo" , giunge a trattare concetti quali la libertà: "Io sono condannato a esistere per sempre aldilà della mia essenza, aldilà dei moventi e dei motivi del mio atto: io sono condannato a essere libero. Ciò significa che non si possono trovare alla mia libertà altri limiti che la libertà stessa; o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi".
Non fu solo filosofo, ma anche romanziere, saggista, drammaturgo.
Insieme a Simone de Beauvoir, Maurice Merlau-Ponty e altri fondò nel 1944 la rivista politica, letteraria e filosofica Les Temps Modernes, che fu il veicolo attraverso il quale le sue idee si diffusero in tutta la Francia.
Sul piano politico, Sartre si distinse per il suo attivismo e impegno in diverse cause e battaglie.
Durante la guerra venne catturato dai tedeschi, e una volta liberato, partecipò alla resistenza. Iscritto al Partito comunista francese, lo abbandona nel 1956 all'indomani dell'invasione sovietica dell'Ungheria. Fu strenuo sostenitore della causa del popolo algerino, arrivando a pubblicare nel 1961 il Manifesto dei 121, che proclamava il diritto all'insubordinazione per i francesi mobilitati nella guerra d'Algeria. Inoltre, aderì apertamente all'Organizzazione Jeanson, l'organizzazione clandestina che sosteneva il FLN algerino. Nel 1968 partecipò attivamente alle mobilitazioni del maggio parigino, schierandosi senza indugi dalla parte degli studenti (a differenza di quanto accadde in Germania con Adorno). Negli anni settanta, già malato, si lega al gruppo maoista della Gauche Proletarienne, e ancora nel 1973 fonda insieme a Serge July il quotidiano Liberation. Una sua conversazione con Pierre Victor e Philippe Gavi viene pubblicata nel 1975 da Einaudi con il titolo "Ribellarsi è giusto".
Nella vita, privata e pubblica, il suo anticonformismo non fu di facciata, tanto che forse sarebbe meglio definirlo "non conformismo" rispetto ai valori della società borghese. Disdegnava le occasionimondane e i salotti colti, preferendovi i tavoli dei caffè di Saint-Germaine. Nel 1945 rifiutò la Legion d'onore, e più avanti la cattedra al Collège de France.
Fu anche il primo scrittore a rifiutare il premio Nobel per la letteratura, che gli venne conferito nel 1964.
Infoaut
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